camerun

07/10/2011 - Justin

È passato già più di un mese, da quella mattina di settembre in cui i medici mi hanno annunciato che era tutto finito.

La situazione si era pian piano aggravata, a partire da quel dolore alla gamba che Justin aveva cominciato ad avvertire a luglio, il giorno prima della partenza di Gilbert. Sembrava una banale contrattura, poi è peggiorato fino a impedirgli di camminare, e per il ricovero in ospedale ho dovuto portarlo con una sedia a rotelle. Era una trombosi complicata da un'infezione. La terapia antibiotica è servita a sfiammare ma non a eliminare l'infezione, a causa anche dei valori dei globuli bianchi persistentemente bassi. I medici hanno infine deciso di procedere con il trapianto, necessario per far riprendere la funzionalità midollare.

Prima del trapianto si è eseguita, come da procedura, l'ablazione del midollo con chemioterapia ad alte dosi. La procedura mi preoccupava perché vedevo Justin indebolito, con infezioni non completamente curate e il midollo già scarso. I medici hanno detto che avrebbero utilizzato dosi di chemioterapici ridotte.

Il trapianto è avvenuto il 22 agosto, un mese dopo il ricovero. Le cellule staminali impiegano circa due-tre settimane a ricostruire il midollo, ma nei giorni successivi Justin è gradualmente peggiorato. Privo ormai di ogni difesa immunitaria, con la flora batterica selezionata dalle continue terapie antibiotiche e quindi resistente ai farmaci, ha cominciato a essere aggredito da infezioni ovunque: alla bocca, che si è gonfiata rendendogli difficile e doloroso parlare; ai polmoni, per cui ha dovuto cominciare a usare la maschera per l'ossigeno; finché il batterio, lo pseudomonas, si è affacciato anche nel sangue.

Nel frattempo Justin sopportava il tutto stoicamente, continuando a guardare al futuro. In una telefonata con Jean a inizio settembre lo rassicurava che alla fine del mese si sarebbe rimesso in piedi.

I medici però mi hanno chiamata da parte e mi hanno detto che la situazione era grave, quasi disperata. Le infezioni stavano tardando l'attecchimento delle cellule staminali nel midollo e gli antibiotici non riuscivano a debellare lo pseudomonas, un batterio particolarmente resistente e pericoloso. Si poteva fare un tentativo di trasfusione di globuli bianchi, ma non dovevo riporvi troppe speranze. Occorrevano tanti donatori, perché i globuli bianchi trasfusi hanno una vita di poche ore. Era sabato 3 settembre, e ho cominciato a chiamare gli amici di Justin per chiedere di venire a donare i globuli bianchi.

Il lunedì mattina eravamo in sei al centro trasfusionale del Policlinico Tor Vergata. Ci hanno prelevato il sangue per l'analisi e chi non aveva controindicazioni sarebbe venuto il giorno dopo per l'aferesi. Poi sono passata da Justin. Era sempre con la sua maschera per l'ossigeno, il respiro un po' più affannato, ma in grado comunque di parlare. Come ormai facevo da qualche giorno, gli ho pulito la bocca con i fazzoletti di carta bagnati di acqua e bicarbonato. Quando stavo già andando via, mi ha richiamata chiedendomi "se puoi, se non ti dispiace", di massaggiargli i piedi con la crema idratante. L'ho fatto, poi ci siamo salutati.

La sera l'ha chiamato Daniele. La conversazione è stata breve perché l'affanno gli rendeva difficile parlare. Quando sono andata a letto, ho esitato un istante prima di spegnere, come d'abitudine, il cellulare. Poi l'ho spento comunque.Sempre insieme

La mattina presto sono uscita in bicicletta diretta all'ospedale, al centro trasfusionale. C'era un amico di Justin per la donazione, altri sarebbero arrivati nel corso della mattinata. Lì ho acceso il cellulare e ho visto due chiamate perse, una alle 3.55, l'altra qualche minuto prima, da un numero dell'ospedale. Ho richiamato e mi hanno detto di andare al reparto perché "la situazione si è aggravata". Ho pensato che forse avevano trasferito Justin in terapia intensiva. Quando sono arrivata ho visto tutti i medici in gruppo che mi aspettavano. "Suo marito stanotte ha avuto una crisi cardiaca. Abbiamo tentato di rianimarlo, ma non c'è stato nulla da fare."

Il dopo: il corpo di Justin all'obitorio dell'ospedale, la telefonata a mamma per dirle di andare a casa dai ragazzi, l'altra telefonata al suo amico Clovis, che è arrivato poco dopo, gli accordi con l'addetto delle pompe funebri per il trasporto del corpo in Camerun (Justin mi aveva detto diversi anni fa che voleva essere seppellito nel suo villaggio), il ritorno a casa e i pianti con Daniele e Valeria, le difficili telefonate alla famiglia in Camerun, la disperazione di Jean che era appena tornato dal villaggio dove, mi ha detto, Justin l'aveva mandato a compiere certi riti tradizionali, l'organizzazione del viaggio in Camerun per la domenica stessa, le visite di miei parenti e di amici di Justin, la veglia funebre con la comunità africana di Roma il sabato sera, il viaggio in Camerun e la sepoltura (per cui forse farò poi un post a parte), il ritorno e la difficile ripresa della quotidianità, con ancora aspetti burocratici da sistemare e il pensiero di quello che è stato e di quello che sarebbe potuto essere che continua ad attraversarmi la mente.

Justin e io: insieme per 25 anni. Ora non c'è più. E ancora non mi sembra possibile.