camerun

16/04/2007 - Addii

Siamo arrivati a Douala verso l'una di notte e siamo andati a dormire nel solito albergo. La mattina della domenica quindi ce la prendiamo comoda prima di avviarci verso la casa di un fratello consanguineo di Justin (che, ahimè, dovrei conoscere. In queste riunioni di famiglia mi è difficile evitare figuracce: sebbene cerchi di salutare tutti con calore, annaspo poi quando devo tirar fuori i nomi). Loro invece, non solo i pochissimi già venuti in Italia, ma anche quelli che hanno semplicemente parlato con me otto o quindici anni fa, sembrano ricordarsi benissimo non soltanto di me, ma anche di mia nonna (e si dicono dispiaciutissimi che sia morta, alla veneranda età di novantatré anni), di mio padre, mia madre, mio fratello e mia sorella (come, non è più sposata con il dentista? Ora ha un marito tedesco?)
Il fratello di Justin, padrone di casa, mi parla di un suo figlio morto tre anni prima, la cui foto campeggia sulla parete. "Era intelligente, si è laureato e ha trovato subito lavoro, nel giro di sei mesi. Ha lavorato quattro anni prima di morire. Il bianco per cui lavorava ha fatto di tutto, ma non c'è stato nulla da fare. Il était ma main droite," aggiunge sollevando e agitando la mano. Solita mia domanda: "Di che è morto?" e solita riposta vaga.
Il fratello minore del giovane morto è un ragazzo alto, elegante, con occhiali da sole con montatura bianca. Viene chiamato Nono e fa l'impresario artistico, dice, e anche il parrucchiere. È di partenza per il Marocco. "Forse ci vediamo tra qualche mese a Roma." Prima di partire mi regala un DVD di clip musicali di Yannick Noah, il tennista e cantante franco-camerunese.
Chiacchiera molto con me anche un altro giovane, Gilbert, figlio dell'altro fratello uterino di Justin oltre a Jean. È un ragazzo aperto, sorridente e cordiale. Mi parla con entusiasmo delle sue passioni sportive, il calcio e la maratona. Milita in una squadra di seconda divisione. Ha ventun anni, ma dice di essere registrato con dieci anni di meno. "Gli sportivi vengono sempre registrati con un'età inferiore, per prolungarne la carriera," spiega. Mi pare un po' improbabile che possa militare in seconda divisione con un'età ufficiale di undici anni e che qualcuno possa credere che quella sia la sua età, anche se certamente dimostra qualcosa di meno di ventun anni. Ma non lo contraddico. Nella maratona fa tempi attorno alle due ore e quaranta. Mi racconta che ogni mattina si sveglia alle quattro per andare ad allenarsi nella corsa, prima di andare a scuola, e che dopo la scuola fa ancora un paio d'ore di allenamento. Questo quando c'è da mangiare a sufficienza. Quando non ce n'è, resta a letto a riposare. "Tata, se conosci qualcuno in Italia interessato a un giovane che ama lo sport e che è pronto a lavorare sodo, parlagli di me." Io non ho conoscenze nel settore, ma se qualche lettore ne ha, potrebbe scrivermi?
Arrivano tutti i figli di Jean, anche i tre che non avevo ancora incontrato questa volta: Mathurine, Olivia, il piccolo Corneille. Chiacchiero molto con le ragazze. Gilbert, Nono, Patou, Mathurine accompagnano me e i bambini a fare un giro nel quartiere. Scatto delle foto. C'è un gruppo di giovani, un paio mi chiedono una foto, li riprendo. Un altro giovane che stava con loro mi guarda torvo e borbotta qualcosa che non capisco. "Que..." faccio, ma Mathurine mi trascina via. "Lascialo perdere, Tata, vuole creare problemi." Ci allontaniamo, ma dopo pochi secondi sentiamo confusione dietro di noi. Vediamo un parapiglia, Gilbert che viene alle mani con il ragazzo che mi aveva apostrofata malamente e Nono che trascina via Gilbert. Riusciamo infine ad allontanarci tutti prima che la cosa degeneri. Nono è arrabbiato con Gilbert: "Che si mette a fare a discutere con quella gente, lo sanno tutti che sono dei provocatori." Gilbert cammina torvo e silenzioso. Daniele e Valeria mi chiedono spiegazioni, dico loro che quel tizio ci ha insultati. "Perché?" insiste Daniele. "Perché siamo chiari." Daniele cammina pensieroso per un po'. Poi mi dice: "Sai, mamma, quando sono in Italia c'è chi mi insulta chiamandomi nero. Qui mi insultano chiamandomi bianco. Ma allora io dove devo andare?" "Daniele, non dar peso a quello che dicono queste persone, sono degli stupidi," gli dico. Mathurine si fa tradurre quello che ha detto Daniele, poi se lo prende con sé e gli spiega che si tratta di persone invidiose, quelle in Italia del suo sangue nero, queste in Camerun del suo sangue bianco, ma che lui deve essere orgoglioso di quello che è.
In casa mi metto a fare le treccine a Olivia. Questa dell'intrecciare i capelli è un'attività sociale molto diffusa tra le donne qui. Altre donne della famiglia mi guardano senza dissimulare un certo stupore: "Sembra un'africana." Cerco di approfondire: "Perché, che cosa faccio di speciale?" "Le bianche che conosco non si comportano come te. Là dove lavoro sono arroganti, insopportabili." Posso immaginare come un europeo non preparato a questo ambiente, che viene a lavorare qui non per scelta consapevole, possa avere reazioni di paura: paura di discesa sociale, di essere "contaminato" da una realtà percepita come inferiore e diversa; e che il tentativo di tenere tale realtà lontana da sé possa dare origine a comportamenti di odiosa tracotanza. Ma ho anche sentito parlare di molti europei che vengono irresistibilmente contagiati dal "mal d'Africa", si innamorano di questo continente e fanno fatica a starne lontani. Tuttavia deve trattarsi, è proprio il caso di dirlo, di mosche bianche. L'unico altro bianco che ho visto da quando sono qui, dopo quello che entrava in banca a Bafoussam, è stato un francese che faceva il check-in in albergo stamattina.
Arriva Charlotte, che ha viaggiato molto per poterci incontrare qui a Douala. Mi parla del figlio che si trova negli Stati Uniti e che deve superare molte difficoltà; mi fa anche molte domande. Si stupisce che non abbia avuto nulla da obiettare quando Justin ha svolto i riti tradizionali al villaggio. "Perché, dov'è il problema?" chiedo. Ma lei dice che ultimamente si è molto più avvicinata alla Chiesa (cattolica), allontanandosi quindi da certe tradizioni. Pare che siano cambiate molte cose da quando l'ho vista quindici anni fa. Durante il mio giro nel quartiere ho visto un cartello, un'indicazione per un luogo di culto protestante. Il cartello diceva: "Arretez de souffrir."
Nonostante spesso la gente qui abbia pronto il sorriso, le sofferenze escono ben presto fuori quando si parla con loro: genitori i cui figli muoiono, vanno in prigione perché non ce la fanno a pagare l'imposta sull'aria, si ubriacano, emigrano. Bambini i cui genitori muoiono di AIDS, giovani che non vedono prospettive, che si arrabattano con lavoretti per pochi spiccioli, che studiano duramente per acquisire un titolo di studio in una scuola estremamente selettiva, per poi capire che esiste per loro uno sbocco lavorativo solo se vanno in quel college troppo costoso, oppure a studiare all'estero. Da dove poi le storie di successo sembrano arrivare solo dai figli degli altri.
È ora di salutarsi. Jepheté sta da una parte, tetro. Gli chiedo che cos'abbia ma non vuole rispondere. Questo ragazzino dell'età di Daniele, che dimostra anche meno ma che sgozza capre e porta tronchi sulla testa, che ha perso la mamma quando aveva otto anni e da allora vive sballottato tra parenti, sembra portarsi sempre dietro una cupa tristezza, che riesce raramente a spezzare con il sorriso, come invece riescono a fare i suoi fratelli. Con Daniele e Valeria però aveva riso e giocato. Salutarci sembra essere per lui particolarmente difficile.
All'aeroporto di Douala gli addetti alla sicurezza, seri e austeri, si sciolgono in sorrisi e battute quando capiscono che Justin e io siamo sposati e che Daniele e Valeria sono i nostri figli. All'aeroporto di Fiumicino, all'uscita, un addetto ai controlli ferma Justin, gli chiede da dove viene, dove va, che cosa fa, parlandogli in inglese. Quando lo raggiungo con Daniele e Valeria e chiariamo che siamo insieme, mi fa qualche altra domanda, ma poi supera la diffidenza e ci saluta anche lui cordialmente. Siamo a casa. Ma un po' di casa per noi è anche laggiù, ormai.