camerun

07/04/2007 - Vita al villaggio

Anche per le scienze sociali, come per quelle fisiche, credo che valga una sorta di principio di indeterminazione: la presenza di un osservatore influisce sulla realtà osservata. Ho già raccontato come il nostro arrivo al villaggio si sia trasformato in una sorta di spettacolo, di cui noi eravamo gli involontari protagonisti. Stamattina, verso le otto, davanti la porta di casa erano schierati sette o otto bambini, in attesa che Daniele e Valeria si svegliassero. I bambini qui sono per molti versi sorprendenti: scorrazzano liberi fin dall'età di due o tre anni, in piccole bande, esibendo già una notevole indipendenza. I più piccoli sono spesso sporchi e laceri: vengono lavati quotidianamente, ma bastano cinque minuti di gioco su questa terra rossa per sporcarsi di nuovo. Capiscono e seguono codici di comportamento elaborati: già da piccolissimi chiedono il permesso per entrare in casa, accettano quello che si offre loro tendendo le mani a coppa. Salutano e rispettano gli anziani e sono particolarmente affezionati a mama Olo'o, che li accoglie sempre generosamente e fa loro trovare qualcosa da mangiare. I piccoli in età prescolare parlano solo medumba, poi a scuola imparano il francese e diventano perfettamente bilingui.
I ragazzi e le ragazze sono amichevoli, desiderosi di rendersi utili e di tenere compagnia. Patou si è conquistato le simpatie di Valeria, che lo cerca sempre per giocare. Daniele ha trovato un piccolo amico affezionato in Tatou, un bambino tranquillo e assennato, di sei o sette anni. Poco fa, un bimbetto di un anno è entrato qui in casa e ha deciso che era un bel posto per fare pipì (i pannolini qui non esistono e, considerato quanto inquinano, non mi sembra un gran male). Ho chiesto a Tatou di portarmi uno straccio per asciugare. Lui l'ha portato, ha asciugato lui stesso e ha riportato lo straccio al suo posto.
Ora tutta la banda si è recata al ruscello, a mezz'ora di cammino. Io mi sono messa a scrivere. Mama Olo'o, vedendomi sola, si è seduta vicino a me per tenermi compagnia. Oltre i saluti non andiamo, non ci capiamo, ma lei resta comunque qui vicino a me, in silenzio. Justin mi ha detto che è preoccupata per Daniele e Valeria, teme che non mangino abbastanza: "Li hai portati qui per tenerli in prigione?" pare abbia detto al figlio. Justin è andato a Bangangté a cercare qualcosa che possa loro piacere. Pare che sia particolarmente difficile procurarsi dell'insalata.
Domani è Pasqua: una festa d'importazione qui, non particolarmente sentita e per la quale non hanno usanze speciali. I cristiani, cattolici o protestanti, la maggioranza qui, andranno a messa. Così mi dicevano due ragazze, nipoti di mama Olo'o. Ho constatato ancora una volta come loro si facciano di noi idee errate, speculari a quelle diffuse in Occidente sull'Africa. Da noi, ad esempio, chi conosce poco l'Africa immagina che in Camerun si parli il camerunese, in Nigeria il nigeriano e così via, sul modello europeo dell'identità lingua = nazione. Qui, sentendoci parlare italiano, molti si immaginano che si tratti del nostro patois, della nostra lingua locale, e si sorprendono che Daniele e Valeria non parlino francese. "Non l'imparano a scuola?" Devo spiegare che da noi c'è una lingua nazionale, l'italiano, che si usa a scuola e che coincide più o meno con la lingua che si parla in casa e che si impara fin dalla nascita.