camerun

06/04/2007 - Il villaggio oggi

Primo risveglio al villaggio, dopo una notte di pioggia battente. Siamo ancora nella stagione delle piccole piogge. Ieri mattina, in albergo, è venuto a trovarci un vecchio amico di famiglia, Jean-Baptiste, che ha vissuto per molti anni in Italia ed è tornato in Camerun da un paio d'anni. I suoi anni in Italia sono stati piuttosto sfortunati, ma qui dice di trovarsi bene ora. Ha aperto un bar con servizio telefonico. Racconta che l'economia presenta dei segni di vivacità, ma che persiste un problema di mentalità, per cui si preferisce dare posti di lavoro a parenti o membri del proprio clan, invece che a chi ha le necessarie competenze.
In tarda mattinata partiamo alla volta del villaggio, attraversando la città. Vista di giorno, Douala appare come sempre una città caotica, con un traffico senza regole e una folla variopinta che si accalca ai lati della strada e la attraversa, impegnata in varie attività: ragazzi spingono carretti carichi di merce, donne espongono su bancarelle di fortuna vari generi alimentari, bambini con gli zaini in spalla si recano a scuola (spesso distante vari chilometri), altra gente, generalmente in compagnia, si dirige verso il proprio luogo di lavoro o va a far compere. Le vie cittadine appaiono in uno stato migliore rispetto a quanto ricordavo: le strade sono ben asfaltate e i canali di scolo ai lati sono in gran parte coperti. A destra e a sinistra della nostra automobile sfrecciano moto con a bordo uno, due o a volte anche tre passeggeri, tutti rigorosamente senza casco. Sono le moto-taxi di cui mi parlava Justin. Chiedo a Jean, che guida, se le cinture di sicurezza sono obbligatorie. Mi risponde di no, ma è in corso una campagna di sicurezza stradale che ne incoraggia l'uso. All'uscita della città, un cartellone con una pubblicità-progresso sulla prevenzione dell'AIDS. Mi dicono che l'attuale sindaco di Douala è un giovane progressista che si sta dando molto da fare.
Fuori Douala, il paesaggio riprende l'aspetto che ricordavo. Prevalenza di grandi distese di vegetazione: palme da olio, banani, manghi e altri. Di tanto in tanto, ai lati della strada, gruppi di case, spesso male in arnese, e gruppi di gente, donne, bambini, che tentano di vendere le loro mercanzie agli automobilisti di passaggio.
La nostra tappa intermedia è come al solito Nkongsamba, piacevole cittadina immersa nel verde. Justin e Jean vanno a procurarsi un po' di carne di maiale arrostita con plantains. Tornano con due cartocci, dai quali peschiamo con le mani o con stuzzicadenti.
Ci riavviamo sulla nostra strada. Ogni tanto una cunetta ci costringe a rallentare. Jean ci spiega che sono cunette realizzate appositamente in prossimità di curve o centri abitati, come misura di sicurezza.
Il paesaggio si fa montagnoso, la terra rossa. Siamo nella provincia dell'Ovest. Incontriamo alcune chefferie tradizionali Bamileke. Daniele è ansioso di vedere una cascata di cui gli abbiamo parlato. Eccola, l'acqua che precipita con un salto unico da un dirupo di 300 metri. Una delle attrazioni del paese.
Nel pomeriggio arriviamo a Bangangté, un grande villaggio, quasi una cittadina, capoluogo del dipartimento delo Ndé. Ci fermiamo a comperare del pane, delle sardine e delle arachidi, che ci serviranno da cena, in attesa di organizzarci meglio per cucinare. Poi proseguiamo per il Bangoulap. La strada si fa sterrata. Arriviamo alla concession della mamma di Justin, mama Olo'o. Ci accolgono festosi bambini e ragazzi, una quindicina, che non ci danno il tempo di trasportare da noi le valigie. Mama Olo'o è invecchiata, ha quasi novant'anni, ma trova le forze di festeggiarci ballando, come faceva la sua mamma. Daniele e Valeria sono un po' confusi. Tutti stanno lì a guardarci. C'è Patou, il fratello minore di Gaétan. Gli dico: "Sembra che siamo un'attrazione qui". Lui ride: "Sai, tanti bambini non hanno mai visto un bianco." "Daniele e Valeria non facevano che chiedersi come sarebbe stato qui", dico. "Anche noi ci chiediamo come sono le cose da voi." "Beh, non poi così diverse da qui: siamo sullo stesso pianeta", dico.
In lontananza si vedono dei lampi. "Pare che si avvicini un temporale", dico a Patou. "Anche da voi ci sono i lampi?" "Beh, sì." "Già, siamo sullo stesso pianeta", fa lui ridendo. Poi cambia discorso: "Hai visto la tomba di Thérèse?" "Sì, Justin me l'ha mostrata". La mamma di Patou, morta tre anni fa di AIDS, è stata seppellita lì, accanto alle case, vicino alle tombe del padre di Justin e dell'altra sua moglie. "Abbiamo saputo troppo tardi che cosa aveva", dico come per scusarmi. "Ormai non c'era più niente da fare." Avevo conosciuto Thérèse nel 1999: una donna della mia stessa età, forte e intelligente, con cui mi sono subito sentita in sintonia. "Ha sofferto molto prima di andarsene. Deve essere stato duro per voi", dico. "Ci siamo abituati", fa lui con un sorriso coraggioso; ma poi la voce gli si spezza. "Les premiers temps, nous étions vraiment depassés." Non trovo molte parole da dire.
Daniele e Valeria giocano ormai con i bambini del posto. Dopo le 18 cala rapidamente la notte. Alle case della concession arriva ormai la corrente e si accendono le luci. Ma il temporale della notte causerà un'interruzione. Per tutta la notte, le gocce cadono fitte sul tetto in lamiera, con un rumore che ci rende il sonno difficile. Il vento fa poi staccare una lamiera, che sbatte impietosamente. Stamattina Patou ha detto che la sistemerà. Justin mi incoraggia a chiedere ai ragazzi del posto quello che mi serve: acqua calda, pulizia della casa o altro. Qui è normale che i più giovani siano a disposizione dei maggiori di età. Ma io preferisco non chiedere troppo. Quindi stamattina eccoci a Bangangté a comprare alcuni articoli di prima necessità: un fornello a gas, una pentola, piatti, bicchieri, posate, ecc. Per l'acqua, dovremo andare ad attingerla al ruscello. Non c'è acqua corrente nella concession di Bangoulap. Ma a Bangangté c'è un Internet Café. Qui è terra di contrasti: modernità e tradizione, tecnologia e mezzi artigianali, povertà e ricchezza convivono fianco a fianco.