camerun

05/04/2007 - Una buona accoglienza a Douala

L'impatto finora è stato migliore del previsto. Ieri sera, attraversando Douala, i bambini dicevano: "Ma non ci sembra poi così diverso dall'Italia". Dovevo averli terrorizzati per bene.
Il viaggio è andato discretamente, con solo un'ora di ritardo, nella norma direi. Valeria ha riempito pagine del suo diario di viaggio, attirando sguardi incuriositi. Nella fase di atterraggio a Tripoli, nostro scalo intermedio, ho intravisto aree suburbane dall'aspetto gradevole, con abitazioni sparse e vegetazione regolare e ben curata. Nell'aeroporto di Tripoli, in attesa del nostro volo per Douala, Valeria ha fatto amicizia con un bimbetto camerunese di quatto o cinque anni, figlio unico di una coppia elegante e tecnologica (sfoggiavano fotocamera digitale e notebook all'ultimo grido). Quando Valeria ha offerto al bimbetto della cioccolata, la mamma ce l'ha gentilmente ma fermamente restituita, preoccupata per i dentini del figlioletto. Sull'aereo per Douala, con passeggeri prevalentemente camerunesi, Valeria e il bimbetto si sono seduti vicini e hanno giocato e riso, fnché una coppia dietro di loro ci ha cortesemente chiesto di avere un po' di silenzio: era ormai passata l'ora di cena e molti sull'aereo desideravano riposarsi.
All'arrivo a Douala, nonostante fossero ormai le 22.40 (23.40 in Italia - il fuso orario è lo stesso, ma in Camerun non c'è l'ora legale), troviamo il solito caldo umido. I corridoi dell'aeroporto, un tempo grigi e spogli, sono ora stati pitturati e adornati di decorazioni stile giungla/tribali. I controlli sono più rapidi di quanto ricordavo dai viaggi precedenti.
Troviamo Justin ad aspettarci insieme a 7-8 altri parenti: un comitato d'accoglienza super, che ha molto impressionato Daniele e Valeria. Trovo tutti molto in forma, anche chi temevo di trovare cambiato in peggio. In realtà il tempo che passa si nota solo dai bambini che crescono, ma per gli adulti il tempo sembra non passare. Stento a riconoscere la sorella maggiore di Justin, Julienne, che ormai va per i sessanta, un'età che non le avrei mai dato. E poi le donne, come sempre, sono eleganti e curate, con i capelli sistemati in elaborate acconciature. C'è anche Gaétan, il primogenito di Jean, un ragazzo che aveva quindici anni quando sono venuta con Daniele nel 1999 e con cui sono stata molto in contatto negli ultimi anni, dopo la morte della madre.
Tutti ci aiutano a caricare i bagagli nell'auto a noleggio che Justin è riuscito a procurarsi.
Il tragitto dall'aeroporto all'albergo si snoda attraverso quartieri in gran parte di recente costruzione. Nessuna traccia delle baraccopoli che ricordavo, ma che credo esistano ancora in altre parti della città.
L'albergo ha standard accettabili, con bagno in camera e aria condizionata che ci consente di riposare bene la notte. Ma prima di addormentarci aspettiamo ancora qualche minuto: Jeannette, altra zia di Daniele e Valeria, ci ha mancati all'aeroporto e ora vuole assolutamente venire a salutarci in albergo. Non poteva proprio andare a dormire senza vederci, dice. Poi guarda le treccine che ho fatto a Valeria prima della partenza e di cui sono piuttosto orgogliosa. "A ju mekat", roba da bianchi, sentenzia. Penseranno loro a farle treccine come si deve. Poi però mi incoraggia, dicendo che per un inizio non sono male. Vabbè, contentiamoci.