camerun

25/03/2007 - La Coerenza di Comportamento

Per una coincidenza probabilmente non casuale, in due dei luoghi virtuali da me frequentati, una mailing list e un blog, si sta parlando in questi giorni di religione, di ateismo, di coerenza con i propri valori. Nella mailing list il discorso è partito dai PACS/DICO fino ad arrivare a parlare di sbattezzo e di insegnamento della religione a scuola. Sul blog, Paniscus è partita direttamente all'attacco di chi non crede, non si sposa in chiesa ma poi fa battezzare i figli. Tra tutte le motivazioni di tale decisione, quella che a lei risulta più incomprensibile è "non sono credente ma lo battezzo per lasciargli più libertà di scelta". Poiché mi ritrovavo nella sua descrizione, le ho risposto nei commenti che io ho battezzato i miei figli per ridurre le complicazioni (per me e per loro) nel caso in cui, all'età in cui la maggior parte dei coetanei avesse cominciato il catechismo per comunione e cresima, mi avessero chiesto anche loro di andare a catechismo.
Paniscus fa due obiezioni principali. Una è:
"Ce l'ho con gli atei che battezzano i figli perché di fatto sono loro (e non certo i credenti veri) a far sentire anomali, diversi, estremisti e strani quelli come noi."
Questa sono io a non capirla: proprio chi accusa di conformismo sociale chi fa battezzare i propri figli pur senza credere, afferma poi di essere danneggiata da questo comportamento perché attirerebbe maggiormente verso di lei, che non crede e non fa battezzare, riprovazione sociale. Ma come, non eravate proprio voi quelli che erano al di sopra di cose come l'approvazione sociale?
Nel mio caso, la ricerca di approvazione sociale non ha nulla a che vedere con la mia decisione di far battezzare i miei figli. Se fossi davvero stata convinta che la cosa migliore era non battezzarli, non l'avrei fatto, infischiandomene di quanto poteva dire chiunque altro (che non fosse il padre dei figli) e sicuramente evitando di prendermela con chi, per motivi suoi, ha fatto una scelta diversa dalla mia.
Io non mi sono sposata in chiesa, ma non critico chi, pur avendo una fede quantomeno tiepida, lo fa. Ci possono essere motivi diversi dalla fede ma non biasimevoli per volersi sposare in chiesa: il desiderio (che non sia sentito come costrizione) di fare cosa gradita ai parenti, l'attaccamento alle tradizioni o altro. Quando poi si comincia a parlare di "coerenza di comportamento" (il che è avvenuto esplicitamente, a onor del vero, solo sulla mailing list, anche se mi pare che l'idea serpeggi anche nei post di Paniscus), credo che urga un chiarimento.
È coerente chi si comporta in un modo che non contraddice i propri valori. Un valore è un'idea, un principio positivo posto a guida della propria vita. Esistono valori molto diversi tra di loro: la fede, la natura, la libertà, l'uguaglianza, il patriottismo, la tradizione e così via. Non definirei un valore l'ateismo (e lo dico da atea): l'ateismo è la negazione di un valore, ossia della fede. Dire di essere atei dice poco sui propri valori, se non che, appunto, tra essi non rientra la fede. Ma due atei possono avere valori molto diversi tra loro: per uno, ad esempio, può essere un valore la solidarietà, per l'altro la competizione. In generale, ha poco senso accusare qualcuno di mancata coerenza con i propri valori se non si sa, appunto, quali siano questi valori.
L'altra obiezione di Paniscus, come dice lei, "provocatoria", è invece:
"E se tuo figlio, all'età di sette o otto anni, ti chiedesse non di andare a catechismo nella parrocchia cattolica, ma di iniziare il percorso per diventare musulmano?"
A questa ipotetica situazione, lei ammette due possibili risposte:
1) Dire al figlio: "Ma sei matto?"
2) Dire al figlio: "Ora sei piccolo per prendere una decisione del genere, prima studia e poi da grande deciderai."
Non prende in considerazione una terza possibilità, ossia che io possa comportarmi in modo molto simile a come mi comporterei se mio figlio mi chiedesse di andare a catechismo in parrocchia: dopo essermi accertata che tale scelta non sia stata indotta mediante paure (dell'inferno, della perdita dell'amicizia di qualcuno e così via), vedrei di conoscere il parroco o il religioso islamico che impartirebbe l'insegnamento e, qualora la persona mi ispirasse fiducia, farei frequentare a mio figlio i suoi corsi, verificando l'andamento e il permanere del desiderio di mio figlio di proseguire nel percorso. Probabilmente con la religione islamica farei qualche indagine in più, perché la conosco meno del cattolicesimo, ma non credo che sia più "pericolosa". A casa poi risponderei apertamente alle domande di mio figlio, dandogli il mio parere e cercando di sviluppare in lui un senso critico. Che è poi quello che ho fatto riguardo all'insegnamento della religione a scuola. Sostanzialmente ho dato ai miei figli fiducia. Anche quando erano piccoli, mi sono fidata del loro giudizio istintivo sugli insegnanti di religione. Li ho generalmente lasciati seguire l'insegnamento della religione, tranne che un anno per mia figlia alla scuola materna, quando ha avuto un'insegnante che proprio non le piaceva (e che anche a me non faceva un'impressione molto positiva). Per il resto, alla scuola elementare hanno avuto la fortuna di avere un'insegnante ottima, dotata di grande sensibilità, che ha parlato loro non solo della religione cattolica ma anche di altre religioni, che non li ha catechizzati ma li ha lasciati sempre liberi di esprimersi. Per entrambi, è stato nel corso della scuola elementare che sono arrivati autonomamente alla conclusione che Dio non esisteva. Avevano sempre più dubbi, mi facevano sempre più domande, alle quali io rispondevo qualcosa come "i seguaci di tale religione credono questa cosa, i seguaci di talaltra religione credono in quest'altra". Infine la domanda esplicita: "Ma tu, mamma, ci credi in Dio?" E la mia risposta: "No." Allora si sono sentiti un po' rassicurati nel loro scetticismo e più autorizzati a esprimerlo liberamente.
Ora, se io li avessi esclusi per principio dalle lezioni di religione, se mi avessero chiesto di andare a catechismo e io glielo avessi negato, che cosa avrebbero pensato? Che la religione era una cosa misteriosa, e quindi chissà quanto affascinante, e durante l'adolescenza, quando i figli sono tanto più propensi a fare qualcosa quanto più il genitore tenta di tenerveli lontani, avrebbero corso il rischio di cascare con tutte le scarpe nelle chiacchiere del primo testimone di Geova incontrato (tanto per dirne uno, ma potrebbe anche trattarsi di un cattolico particolarmente zelante nel proselitismo).
In sostanza, per me il battesimo, nelle attuali circostanze sociali in Italia, non è tanto "un vaccino contro la miscredenza", come dice Paniscus, ma proprio il contrario, ossia "un vaccino contro la tentazione di cadere nella religione per puro spirito di opposizione ai genitori", che è tutto il contrario di una scelta matura e ragionata. Ovviamente ogni persona è un caso a sé, e c'è anche chi si arrabbia perché i genitori lo hanno battezzato senza il suo consenso ma, se devo fare una previsione sui miei figli basata sulla mia esperienza personale, evitare il battesimo per una questione di principio sarebbe stato più rischioso.