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Africani occidentalizzati - domenica 13 dicembre 1992

Primo risveglio a Yaoundé. Ci sono altre visite in programma. Da domani cominceremo le ricerche nelle biblioteche e all'Università e tenteremo di rintracciare Kenjo Jumbam, l'autore sul quale sto preparando la mia tesi.

Oggi andiamo a trovare una cugina di Justin, Charlotte. È un pubblico funzionario, sposata con un pubblico funzionario. Hanno tre figli. Da loro ho trovato un ambiente occidentalizzato, ma in modo diverso rispetto alla famiglia di Martin. Da Charlotte il processo di acculturazione non è passato attraverso la religione, ma attraverso l'istruzione laica e un contatto con elementi culturali europei più diversificati, caratterizzati da una maggiore dialettica di quella che si può trovare in una confessione religiosa. La trasformazione culturale, comunque inevitabile nell'Africa dell'ultimo secolo, avviene così in modo più critico e con una maggiore attenzione agli aspetti validi della cultura tradizionale. Non che da Martin si rinneghi un modo africano di vivere: parlano il medumba, sono fortemente legati alla loro terra, sono ospitali; ma disprezzano certi aspetti della loro tradizione, in particolare i culti tradizionali, e questa mancanza di rispetto per le loro tradizioni religiose e per gli anziani che ad esse sono ancora legati, con la convinzione che solo il cristianesimo evangelico sia la via della salvezza, li accumuna per chiusura mentale a quei colonizzatori di cui essi necessariamente devono benedire la venuta, in quanto portatrice della "buona novella"; ma che in realtà hanno umiliato l'Africa, imponendole un brusco strappo con la sua storia e un sistema di vita estraneo; portando tutto ciò alla svalutazione dell'africano che vuole difendere la propria identità. È ben vero che identità non significa semplicemente conservazione, ma è anche vero che non si possono voltare bruscamente le spalle al passato senza pagare il prezzo di una profonda crisi identitaria. Tra i proverbi qui spesso citati vi è questo: "È sulla base del passato che si costruisce il presente e sulla base del presente che si costruisce il futuro." Ma in troppi casi in Africa il futuro pare costruito non su solide fondamenta, ma su una base troppo simile al fango che scende dai monti disboscati e riempie le piste nella stagione delle piogge. Se più famiglie fossero come quella di Charlotte, con la stessa consapevolezza di sé, ritengo che l'Africa potrebbe guardare al futuro con maggiore ottimismo.

Il marito di Charlotte è funzionario al Ministero dell'Educazione. Ha letto il romanzo di Jumbam e ci sono suoi colleghi che conoscono l'autore personalmente. Ecco un altro filo assai promettente per le mie ricerche. Ma domattina cominceremo col seguire il filo di Martin.

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