camerun
Indietro

Alla volta di Yaoundé - sabato 12 dicembre 1992

Stamattina il viaggio per Yaoundé. Con le mie treccine e un fazzoletto in testa, mi illudo di assomigliare un po' a un'africana, ma la mia tinta lattea, appena mascherata da un velo dell'onnipresente polvere rossa, inesorabilmente mi tradisce. Dalle montagne dell'Ovest, cosparse di case rosse, si passa alla foresta del centro. La strada asfaltata a due corsie corre tra fitta vegetazione con rare abitazioni. Guida la vecchia Renault 504 Jean-Claude, che probabilmente ci accompagnerà in tutti i nostri spostamenti.

Giungiamo a Yaoundé nel primo pomeriggio. La capitale si trova in una regione moderatamente montagnosa. L'aria è abbastanza fresca. Le strade hanno un aspetto più ordinato che a Douala, sebbene anche qui vi siano forti contrasti fra abitazioni povere, anche baracche, e palazzi lussuosi. Si vede il palazzo presidenziale, circondato di mura, e il palazzo della televisione di Stato, che controlla l'unico canale televisivo esistente nel paese.

Giungiamo alla casa del fratello di Justin (da parte di padre), Martin Agenor. Ha sei figli: tre ragazze adolescenti e tre ragazzi tra gli otto e i dodici anni circa. La moglie è fuori, arriverà domani. È la casa degli africani più occidentalizzati che abbia visto finora. C'è un giardino dove è parcheggiato un fuoristrada; si entra poi in un salotto con sala da pranzo. C'è una cucina con acqua corrente e sul retro un cortiletto con la toilette con doccia. Comunque, pur essendo situata al centro della capitale ed essendo l'abitazione di gente benestante, assomiglia più a una nostra vecchia casa di campagna. Inoltre vi è la solita poca igiene secondo i nostri standard.

Martin Agenor è un evangelista convinto. Oggi mi sono dovuta già sorbire circa tre ore di preghiera, meditazione, lettura di testi sacri. Justin è piuttosto seccato e mi ha chiesto se non è meglio andare in albergo. Ma l'accoglienza è buona e nessuno ci obbliga a seguire il loro modo di vita. Quando pregano, la lingua che usano è il francese; sono tutti seri e raccolti... forse annoiati, soprattutto i ragazzi. Poi, finite le preghiere, riprendono a parlare medumba e riacquistano un po' di spontaneità. Sono comunque più controllati degli altri membri della famiglia che ho conosciuto. Prima, uscendo dalla camera, ho sorpreso una delle ragazze che ballava. Appena mi ha vista si è fermata imbarazzata. Allora l'ho presa per le mani e mi sono messa a ballare con lei.

La sera andiamo a trovare una nipote di Justin. Tiro fuori il mio quaderno di medumba, suscitando come al solito grande curiosità e ilarità, soprattutto quando leggo, con la mia pronuncia incerta, la storia di "tswemanku' bu ngenyo", ossia della tartaruga e del maiale. Martin è molto interessato al modo in cui ho trascritto i suoni della loro lingua, assai simile a quello utilizzato dagli studiosi. Le lezioni di fonetica all'università non sono state vane.

Avanti